La chiesa di Sant’Antonio Abate risale al XV secolo. È citata infatti nel “Libro de Todas las Gràcias” già nel 1467, poiché qui si svolgevano le elezioni del capitano di giustizia del Giudicato d’Ogliastra. Al suo interno era comune seppellire non solo i religiosi ma anche i laici, almeno fino al XIX secolo. Era parte di un convento di eremiti agostiniani di cui restano scarse tracce. Nel 1808 ne era priore Gelasio Floris, autore di un importante documento storico geografico noto come “Componimento topografico storico dell’isola di Sardegna”. In quel periodo il convento subì pesanti critiche, quando alcuni monaci vennero accusati di essere coinvolti in affari sospetti e ambigui. Nel 1822 si propose di convertire il monastero in una scuola, non solo per la mancanza di manutenzione della struttura dovuta alla scarsità dei fondi, ma anche poiché ormai il numero di conventuali era insufficiente per mantenerlo aperto. Gli agostiniani lasciarono Tortolì definitivamente nel 1845 e in seguito i locali del convento furono temporaneamente occupati dalle monache clarisse. La chiesa, a navata unica voltata e fiancheggiata da cappelle, conserva al suo interno le statue di Sant’Efisio, Sant’Agostino, SS Cosma e Damiano, Sant’Isidoro e quella di Sant’Antonio Abate e altri simulacri.
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I colori diventano esperienza
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