Giardini Di Mirto

Autore: Hidetoshi Nagasawa

Il poema della contemplazione: Hidetoshi Nagasawa a Tortolì
“Era meraviglioso fare l’amore con te. Forse proprio perché eri così indifferente, distante, chiuso in te stesso. Per te era come aprire la porta a una signora, o offrirle un posto a tavola. Per te aveva la stessa importanza – senza nessun desiderio.”

Così Tennessee Williams in La gatta sul tetto che scotta, così Hidetoshi Nagasawa in un’opera – l’intero corpus delle sue realizzazioni come anche quella specifica realizzata a Tortolì – perennemente alla ricerca di un equilibrio interiore immodificabile dagli accadimenti, non avulso dai contesti ma da questi comunque non intaccabile.

La trasformazione del desiderio da “moto a luogo” a “stato in luogo”, da forza e pulsione vitale a esercizio contemplativo – capace di sospendere il tempo, di fermare il precipitare degli eventi in un dato ambiente – è spesso questione primaria nel lavoro dell’artista giapponese (oramai milanese d’adozione), incline a rapportare l’acquisita capacità orientale di guardare e vivere ben oltre gli avvenimenti all’ansia tipicamente occidentale (leggi bisogno) di lasciarsi travolgere da episodi e vicende.

Nagasawa misura e pesa gli spazi, sgonfia i volumi quantificando le assenze, anestetizza i suoni e i rumori per creare intorno un momento di attesa silente. Modifica il senso delle cose per mostrare quanto essi siano inadeguati a rivelare l’essenza del vivere, intuendo come la pausa e l’intervallo – ovvero il rallentamento di ogni ritmo – possano aiutare chi tenta di leggere oggetti e situazioni oltre la prima impressione.

“Giardino di Mirto” nasce dalla lucida consapevolezza dello scultore di non voler toccare – intervenire, violare o mutare – un territorio dove anche rocce e paesaggi parlano un linguaggio plastico. Nagasawa costruisce un osservatorio per imparare a guardare l’opera dall’interno, un luogo in cui fermarsi per capire fino a che punto l’arte possa e debba spingersi nel suo perenne affanno di arricchire il mondo.

L’opera è, in realtà, un piedistallo su cui poggia l’intera isola, divenuta adesso scultura. Appare come una tavola comparativa nella quale discernere e intuire quei valori universali che rendono artistico un intervento. All’interno del giardino di mirto il tempo si ferma e le idee preconcette si svuotano; l’uomo smette di cercare e dedurre, per lasciarsi invece attraversare da impressioni e sensazioni, afferrando e ascoltando la voce delle cose e dei luoghi.

Prima di uscire da quell’opera, ci invita a chiedere ancora un secondo – uno soltanto – per aspirare quel vuoto e assaporare la felicità (come suggeriva Samuel Beckett).

Hidetoshi Nagasawa inscena un’antica saggezza orientale secondo cui ogni cosa non è ciò che sembra, ma ciò che riesce a dire, mutuando dalle tecniche di meditazione l’anelito e la volontà di distaccarsi dalla foga del mondo.
Nell’istante di assoluta stasi, di pace e di quiete apparente che il lavoro insegue, l’artista non rinuncia però a un’ultima, tragica e beckettiana domanda, senso profondo e inintellegibile del produrre:
“Che c***o faceva Dio prima della creazione?”

Maurizio Sciaccaluga


Il giardino di Nagasawa

La figura del giardino evoca simultaneamente libertà e costrizione, preservazione e addomesticamento. Rappresenta un modello in miniatura del mondo, o come direbbe William Blake, il tentativo di “tenere l’infinito sul palmo della mano”. Nell’antica Cina il giardino era “luogo isolato”, simbolo di potere e appannaggio del sovrano guerriero; nello Zen, poi, diventò partecipazione alla dimora, uno spazio dentro lo spazio, qualità stessa del luogo.

Il giardino concepito da Hidetoshi Nagasawa possiede questa caratteristica originaria: non è una località autonoma, ma la concentrazione e l’interiorizzazione della realtà in sé. Qui, per citare Heidegger, “ogni cosa sorge nel suo riposare in se stessa”. Ogni elemento – dal recinto di nude canne di bambù ai blocchi “pittorici” di granito, dalle austere sagome di terra al “laghetto asciutto” e nero – non vuole significare altro che il proprio esistere, la fragile essenza del proprio apparire. Nulla si estende oltre se stesso: nessun senso si spalma nell’infinito della metafora o nella sfera dei simboli. L’io dell’artista si nasconde, mentre le cose si rivelano ritirandosi, e le loro relazioni risultano prive di tensione, come fili tagliati.

Nagasawa stesso afferma che “la scultura sta nella materia come la nuvola nell’aria”: essa è la proprietà stessa di ogni cosa. Eppure uno spazio qui sembra definito e inquadrato: ma esistono davvero un dentro e un fuori separati da ostilità, o il dentro è solo ombra del fuori, la sua traccia d’essere? I limiti del giardino appaiono fragili e vulnerabili; nel tempo verranno persino sostituiti da una siepe lasciata crescere spontaneamente, a sottolineare che non c’è distanza tra vita e arte, natura e spirito.

Nagasawa non impone forme allo sguardo, ma suscita incontri, osmosi, fusioni: fa sì che i contrari – il dentro e il fuori – si concilino e i corpi divisi si uniscano. Sa che “il mondo è uno”, anche se appare molteplice, e si dedica a dimostrarlo. La porta-dimora – forse ricordo delle stanze del tè orientali – non chiude, ma apre il percorso interno del giardino; il camminamento lungo la cinta spinge ogni idea di raccoglimento verso un’esperienza infinita di vedute; la lieve pendenza del terreno permette, dalla sommità, di guardare oltre, fino al mare.

L’obiettivo è “ritrovare” il mondo nella notte dei tempi, offrendo quella che Merleau-Ponty chiamava “nascita prolungata”: l’impressione di un ordine che emerge, di una presenza che compare senza avere il tempo di assumere un significato preciso. A cosa alludono quelle barre di granito, quei cespugli di mirto e di pino? Forse rimandano alla natura aspra della Sardegna, forse sono un microcosmo floreale e minerale, matrice e respiro del creato, come nell’ikebana. Ma forse l’unica certezza è che la vera ricerca del tesoro – del paradiso, del giardino celeste – è essa stessa il tesoro. E allora, come in Eliot, possiamo soltanto sillabare: “Là siamo stati: ma non posso dire dove. E non posso dire per quanto tempo, perché questo significherebbe collocarlo nel tempo”. Quando non c’è mai un punto fermo in un mondo che ruota e si trasforma, ogni giardino è effimera promessa di eternità.

Luigi Meneghelli


Hidetoshi Nagasawa
Nato il 30 ottobre 1940 a Tonei (Manchuria, allora Stato fantoccio giapponese)
Deceduto il 24 marzo 2018 a Milano, Lombardia Wikipedia

Formazione e primi anni

  • 1963: si laurea in Architettura presso l’Università di Tokyo.
  • 1966: intraprende un lungo viaggio in bicicletta attraverso Asia ed Europa, che lo conduce a Milano.
  • 1968: si stabilisce definitivamente a Milano, iniziando a coniugare architettura e scultura nello studio e nelle prime installazioni site-specific.

Tappe fondamentali della carriera

  • 1972, 1976, 1982, 1988: rappresenta il Giappone alla Biennale di Venezia.
  • 1979: insieme a Luciano Fabro e Jole De Sanna fonda la “Casa degli Artisti” a Milano, spazio polifunzionale dedicato a residenze creative e dialogo interdisciplinare.
  • 1980s: esplora la relazione tra scultura e architettura creando ambienti che sfidano la gravità e agiscono sul paesaggio urbano e naturale.
  • 1992: invitato a Documenta 9 di Kassel, tra le più importanti esposizioni di arte contemporanea al mondo.
  • Anni ’90–2000: realizza installazioni permanenti in Giappone (Toyama, Mito), in Italia (Ischia, Tortolì) e in Europa, integrando elementi culturali orientali e occidentali.

Insegnamento e riconoscimenti

  • Docente di Scultura alla Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) di Milano.
  • Le sue opere sono conservate in collezioni internazionali tra cui il Solomon R. Guggenheim Museum (New York) e il Middelheim Museum (Anversa).

Linea espressiva
Nagasawa utilizza materiali come carta, legno, pietra e metallo, fondendo nella scultura elementi mitici e religiosi dell’Oriente con sensibilità architettonica occidentale. Nei suoi “giardini” e installazioni site-specific sospende il tempo e invita alla contemplazione, trasformando il desiderio in “stato in luogo” e offrendo spazi di pausa e silenzio nel cuore della vita urbana.

Eredità
Con una carriera che attraversa oltre cinquant’anni di sperimentazione, Hidetoshi Nagasawa ha lasciato un segno indelebile nel panorama artistico mondiale, dimostrando come la scultura possa essere insieme monumento, ambiente e inchiesta sul rapporto tra uomo, spazio e tempo.