Najima

Autore: Gianfranco Pardi

Il poema della stella di latta

Un monumento vive quando sa comunicare subito un’idea o un’emozione; quelli di Tortolì, pur “arcaici” come antichi totem, appartengono già a questa felice ristretta schiera. L’opera di Gianfranco Pardi lo dimostra: la semplicità della forma e la forza poetica dell’immagine si fondono con il paesaggio circostante.

Pardi ha fatto cadere una stella dal cielo in un prato di Tortolì. Non ricorda una persona o un evento storico, ma è un’elegia della natura, la scelta più “vera” in una Sardegna dove i cieli sono ancora alti e le notti tanto luminose. Dietro a questa apparente immediatezza c’è un lungo percorso personale e un’intensa ricerca del “luogo”: il progetto iniziale prevedeva addirittura una stella che precipitasse in mare, ma il senso rimane sostanzialmente lo stesso.

Da anni Pardi costruisce stelle — o meglio “nagjima” (stella in arabo) — e trascorre stagioni a Tangeri, mescolando realtà mediterranea ed evocazioni di viaggi verso sud, come fecero Paul Klee e Henri Matisse. Il suo lavoro è stato influenzato dalla passione di Matisse per la stanza 35 del Grand Hotel di Tangeri e, in precedenza, dallo studio della Sainte-Victoire di Cézanne, non tanto come soggetto, ma come riflessione totale sulla pittura.

Ora Pardi trasforma in forma concreta ciò che per definizione non ha forma: una stella è un baluginio, un tremolio di luce dai contorni indefiniti, un desiderio. Il miracolo è rendere tangibile l’indefinibile, senza cancellarne il mistero. Una stella di lamiera dipinta di giallo, caduta in un campo, mantiene intatta la sua carica evocativa e ci invita a guardare di nuovo il cielo.

Con questo intervento Pardi affronta il grande tema dell’arte — e, per lui, anche della pittura: come definire la luce attraverso la forma e restituire la forma attraverso la luce. A chi incontra la sua stella caduta a Tortolì, l’artista propone lo stesso quesito che ci spinge da sempre a sollevare gli occhi e a sognare.

Marco Meneguzzo

Stiamo lavorando per voi


Gianfranco Pardi ricerca sempre il rigore: linee rette, colori netti o sfumati con precisione scientifica, campiture perfettamente delineate. Spesso i suoi dipinti sembrano il sogno di un mondo perfetto, logico e, per estensione, giusto. Ma questo rigore non è mai una prigione geometrica: le sue composizioni sembrano sempre sbilanciate di un attimo rispetto al loro completamento ideale.

A volte Pardi cattura sulla tela il momento in cui linee, colori e stesure stanno per combaciare in un’opera importante, ma si fermano sul più bello. Si avvertono le fondamenta e il progetto di una grande costruzione, ma i lavori sembrano appena iniziati: possiamo immaginare il risultato finale, ma non vederlo. Altre volte dipinge un “castello di carte” appena crollato, dove rimangono solo i pilastri portanti di un equilibrio miracoloso.

Pardi riconosce l’importanza della geometria senza sottomettersi alle sue regole: sfida la matematica preferendo gli asintoti, che rimandano all’infinito e a conclusioni non sempre intelligibili. Qui suggerisce l’idea di un equilibrio perfetto e poi si ferma, lasciando il discorso aperto e pronto a un cambiamento. Rispetta le regole, ma le reinventa quando non lo convincono.

A Tortolì, con l’installazione Nagjima — omaggio alla stella araba a quattro punte — Pardi non tradisce il suo stile. Se avesse scolpito una stella alta nel cielo, sarebbe stata la “stella dei sogni”, la cometa di un paese predestinato alla gloria. Invece la ritrae caduta e infissa nella terra, fusa con il suolo e la città. È la stella dopo un evento incommensurabile: colpita e crollata sul paese, o forse vista mentre, appena sbocciata, sta per spiccare il volo.

Nadjima non è un simbolo astratto, ma un essere vivo, protagonista di una storia capace di incuriosire. Pardi la osserva, la racconta come un reporter, e “lavora per noi” per farci conoscere il mistero che fonde Oriente e Occidente.

Maurizio Sciaccaluga


Gianfranco Pardi (Milano, 5 marzo 1933 – Milano, 1º marzo 2012) è stato uno dei protagonisti della scena artistica italiana del secondo Novecento, pioniere di un “grado zero” della forma in cui pittura, disegno e scultura si integrano in un disegno spaziale di chiara matrice architettonica.

Formazione e primi passi

  • 1959: prima personale alla Galleria Alberti di Brescia; 1960 espone alla Galleria Colonna di Milano.
  • 1965: partecipa a La figuration narrative dans l’art contemporain a Parigi.
  • 1967: inizia la collaborazione con lo Studio Marconi di Milano.

Sviluppo di linguaggio
Sin dagli anni ’60 Pardi ha reinterpretato le avanguardie storiche (Astrattismo, Costruttivismo, Neoplasticismo), traducendo quei principi in un “segno aperto” che costruisce lo spazio attraverso gestualità geometriche e poche cromie, sempre teso tra rigore formale e sospensione dell’equilibrio.

Mostre e riconoscimenti

  • Anni ’70–’80: partecipa a Biennale di Venezia (1978), Triennale di Milano e Quadriennale di Roma (1986).
  • 1984: grande antologica all’Università di Parma.
  • 1988–1999: personali al Frankfurter Kunstverein (Francoforte), Museo di Bochum e Kulturhistorisches Museum (Stralsund).
  • 2000: “Homeless” alla Galleria Giò Marconi di Milano.
  • 2002: retrospettiva Sheets alla Galleria Fumagalli di Bergamo.
  • 2003: “Danza e Restauro” alla Galleria Giò Marconi di Milano.
  • 2008: membro onorario dell’Accademia Nazionale di San Luca.

Opere pubbliche
Nel corso della sua carriera Pardi ha realizzato numerose installazioni site-specific:

  • 1979: Borgotondo (parco giochi a Mirandola, con Colombo e Tadini).
  • 1988: archi presso il Villaggio Olimpico di Seul.
  • anni ’90–2000: interventi in luoghi pubblici a Bergamo, Pavia, Roma e Milano (es. Danza, 2006, Piazza Amendola).
  • 2001: Box agli Horti Borromaici di Pavia.
  • 2015: Sprigionamenti nella Baia di San Montano (Ischia).

Eredità e interpretazione
Pardi ha trasformato la scultura in un “grado zero” della forma, innestando sull’architettura e sulla geometria un segno aperto, sospeso fra presenza e assenza, rigore e vitalità. Con la sua opera ha instillato nel paesaggio un’immediata carica poetica, invitando lo spettatore a rileggere il proprio rapporto con lo spazio e col tempo.